Le lobbies di Bruxelles che eseguono gli ordini del cartello finanziario.

libro amodeo

 Le Lobbies di Bruxelles

Alle potenti organizzazioni mondiali, che abbiamo esaminato sinora, si uniscono alcune lobbies con sede a Bruxelles che sono quelle che preparano materialmente i trattati e i regolamenti per conto degli oligarchi e che poi trasmettono alle principali
istituzioni europee come la Commissione ed il Consiglio che, a loro volta, avranno il compito di recepire e fare attuare.
Ce ne sarebbero diverse, ma tra le principali vale la pena di menzionare Il Transatlantic Business Dialogue (TABD) che forma, senza dubbio la più ampia e strutturata alleanza tra grandi corporations e Stati; la European Roundtable of Industrialists (ERT) e la Business Europe (BE) perché ci sono le prove che da queste in particolare, provengano i principali trattati che oggi subiamo sulla nostra pelle come il six pack e il fiscal compact.                                                                                   La sua influenza sui processi decisionali ha indotto diversi accademici a definire il TABD come una nuova forma di governance, una commistione poteri pubblici/privati di immense proporzioni. In un summit del TABD che risale al 1998, nei primi anni di vita
della lobby, in cui essa portò a casa i più grandi successi, l’allora Vice Presidente degli Stati Uniti, Al Gore, dichiarò rivolgendosi ai presenti: “So che andate orgogliosi del fatto che più del 50% delle vostre raccomandazioni sono state tradotte in legge negli
ultimi tre anni(dalla nascita del TABD )”.                                                                        Nel 2000, Pascal Lamy, attuale direttore generale del WTO (World Trade Organization), allora Commissario UE al Commercio nominato dal suo presidente
Romano Prodi, rassicurò gli industriali del TABD che la Commissione “stesse facendo del suo meglio per mettere in pratica le loro raccomandazioni.” In quell’occasione Lamy proseguì elencando una serie di punti sui quali il TABD avrebbe voluto posticipare, indebolire o abolire completamente proposte o leggi esistenti, adottate dai governi, che avevano lo scopo di mettere dei paletti al grande business ed affermò, a tale proposito, che sulla strada della deregolamentazione “sono stati fatti dei grandi progressi”.
Un attento esame del sito delle altre due lobbies sopracitate effettuato dal giornalista Matteo Bernabè ha rilevato che: “nel 2002 l’European Roundtable of Industrialists chiedeva che le “implicazioni dei bilanci nazionali delle politiche di spesa allo stadio della prima ideazione siano controllati al livello della UE”. Nel 2011 arriva il Semestre Europeo che stabilisce che i governi degli Stati nazionali dovranno sottoporre i bilanci nazionali alla Commissione Europea e al Consiglio Europeo nell’aprile di ogni anno per essere esaminati ed eventualmente modificati.
Nel 2010 Business Europe chiedeva “un meccanismo forte di costrizione che assicuri obbedienza” da parte degli Stati e “un sistema di penalità graduali e di multe in caso di ripetuta indisciplina nei bilanci nazionali.”
Nel 2011 il Preventing Macroeconomic Imbalances delinea le sanzioni a cui gli Stati “disobbedienti” vanno incontro in caso di mancata applicazione delle correzioni indicate dalla Commissione Europea.
Nel 2010 Business Europe chiedeva “una maggiore flessibilità nelle strutture di contrattazione dei salari” oltre a “un legame più stretto tra l’età pensionabile e l’aspettativa di vita” (aumentare l’età pensionabile).
Nel marzo 2011 Business Europe sottolineava “il bisogno di dare un ruolo di primo piano alla Commissione, e di limitare il potere degli Stati membri”.
Nel marzo 2011 l’Europact stabilisce la necessità di “riesaminare gli accordi salariali e laddove necessario, il grado di accentramento del processo negoziale”; oltre a imporre ai governi di “allineare l’età pensionabile con l’aspettativa di vita” (nota: hanno usato anche le stesse parole). Inoltre, la sostenibilità delle finanze pubbliche deve essere valutata in base a “regimi pensionistici, assistenza sanitaria e previdenza sociale” (non, per esempio, a spese militari).                                                                                           Nel giugno 2010 e nel marzo 2011 Business Europe suggeriva “la trasposizione di regole sul deficit (pubblico) e sul debito (pubblico) in leggi nazionali”e “barriere al debito
pubblico introdotte nelle leggi nazionali”.
Nel marzo 2012 il cosiddetto Fiscal Compact sancisce “l’obbligo di trasporre la regola del pareggio [di bilancio] nel sistema giuridico nazionale a livello costituzionale o equivalente” (nuovo articolo 81 della Costituzione Italiana entrato in vigore il 17 aprile 2012). Inoltre gli Stati “devono fare rapporto ex-ante (prima, nda) alla Commissione e al Consiglio Europeo sui loro piani di emissione di debito”.
Come vedete la staffetta è molto chiara: Nelle loro organizzazioni e riunioni a porte chiuse gli oligarchi decidono cosa è meglio per i loro interessi, trasmettono il tutto alle lobbies di Bruxelles da essi stessi finanziate, le quali provvedono a creare leggi e regolamenti che poi trasferiranno alle istituzioni europee – dove intanto gli oligarchi hanno piazzato i propri membri – sotto forma di “consigli”.
Come per incanto questi “consigli” diventeranno leggi vincolanti per la vita di milioni di persone ma a favore degli oligarchi stessi.
Nel 2000 l’allora presidente dell’European Roundtable of Industrialists, Daniel Janssen lo disse chiaramente: “Da una parte stiamo riducendo il potere dello Stato e del settore pubblico con le privatizzazioni e la deregolamentazione (…) Dall’altra
stiamo trasferendo molti dei poteri nazionali dagli Stati a una struttura più moderna a livello europeo,24 che aiuta i business internazionali come il nostro”.
In un rapporto del Corporate Europe Observatory sull’operato della ERT si dichiarava che: “Le politiche sociali sono state accantonate – spiega il rapporto ed il processo decisionale accelerato e privato di un aperto dibattito. Con modalità che sono al servizio del grande business, lasciando inascoltate altre voci”.
Inutile dire che queste lobbies sono sotto il controllo dei soliti gruppi. L’ex presidente del Bilderberg, Etienne Davignon è uno dei principali esponenti della European Roundtable of industrialists.
La onnipresente Goldman Sachs ha il suo zampino anche qui.
Ai vertici della ERT, infatti, troviamo proprio Peter Sutherland, presidente della controversa banca americana, membro del Direttivo del Bilderberg e Presidente europeo della Commissione Trilaterale. Tra i membri italiani, sul sito ufficiale, troviamo gli stessi che troviamo nelle liste del Bilderberg come John Elkann e Rodolfo De Benedetti.
Il cerchio ancora una volta si chiude.
Alla presidenza della Business Europe, invece, dal 1 Luglio 2013 troviamo Emma Mercegaglia, già presidente della nostra Confindustria e dal 2014 nuovo presidente dell’Eni. Volete scommettere che adesso l’ex Ente Nazionale Idrocarburi verrà completamente privatizzata?

Tratto dal libro “La Matrix Europea” di Francesco Amodeo

Governo popolare e democrazia diretta: così le elites al potere si prendono gioco di noi.

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Mi arrivano proposte di ogni genere e con i nomi più fantasiosi “governo popolare”, “parlamento del popolo” “governo dei cittadini mediante democrazia diretta”.

Lo dico ancora una volta in un post pubblico che potrà in qualsiasi momento essere usato contro di me. Il popolo deve fare il popolo. I governati devono fare i governanti.

Non credo che un popolo possa mai essere in grado di guidare una nazione, organizzare uno Stato, prendere decisioni strategiche di geopolitica. Se oggi siamo in questo stato la maggior parte della colpa ce l’hanno proprio quei popoli a cui voi vorreste dare il comando di tutto. Sono loro che per decenni si sono affidati sempre agli stessi rappresentanti, sono loro che hanno elevato i media a messia della verità. Sono loro che sono stati incapaci di opporsi, di reagire. Da decenni si fanno usare come spauracchi dai sindacati e come burattini dai politici. Il popolo è quello che per 80 euro abbassa le braghe. E’ quello che recita il mantra de “l’ha detto la televisione”. E’ quello che vota da sempre gli stessi politici perché sa che adoperarsi per il cambiamento vuol dire assumersi la responsabilità dello stesso. Questo è il popolo al quale voi ipocritamente volete consegnare le redini del governo, dello Stato, della moneta.           Io non ci sto.

Sono tre le cose fondamentali che vanno garantite al popolo e per le quali io mi batterò ogni giorno.

  • Avere la possibilità di scegliere i propri governanti tra quelli che interpretano la politica come missione, come obiezione di coscienza, come la più alta forma di carità al servizio del popolo. Uomini visionari, sognatori pragmatici, con competenze specifiche. Individui con la naturale inclinazione alla responsabilità. La parola Individuo deriva da indivisibile, indica un uomo capace di indipendenza psicologica, di integrità, un uomo che ha fatto grandi sforzi per superare in sé le dualità, le contrapposizioni ed ogni forma di divisione di credo, di razza, di religione. Il popolo, invece, è di per se già diviso, frammentato per classi sociali e ideologie. Chi è diviso non può guidare altrimenti disperde.
  • Avere la possibilità di monitorare il lavoro dei suoi governanti e di conseguenza gli strumenti a disposizione per mandarli via qualora non rispettassero gli impegni presi o adottassero politiche che vanno contro gli interessi del popolo.
  • Avere una repubblica democratica fondata sulla felicità e sul benessere e non sul lavoro. Il lavoro è un mezzo per raggiungere felicità e dignità non può essere il fine ultimo ne di un uomo ne di uno Stato o diventa qualcosa di alienante.

Se il fine è la felicità è tacito che il lavoro dovrà essere un diritto imprescindibile.

La democrazia diretta, invece,  deve servire unicamente come supporto per selezionare i propri rappresentati, per dare indirizzi politici su tematiche che di volta in volta risulteranno essere maggiormente sentite dalla popolazione. Serve per mandare via i rappresentanti che non hanno svolto il proprio lavoro. STOP. Nulla di più o diventa anarchia.

Se io prendo un mezzo pubblico devo pretendere che esso sia puntuale, pulito, che l’autista sia scrupoloso e che magari ci sia un sistema che mi permetta di esprimere il mio giudizio o il mio disappunto sulla qualità del servizio. Non posso pretendere, invece, che sia data anche a me la possibilità di guidare il bus, solo perché sarebbe più democratico se guidassimo tutti ognuno verso casa propria.

Da che parte andrebbe il bus ? Se anche riuscissimo a metterci d’accordo sul tragitto, non abbiamo le competenze per guidare quel mezzo, non siamo stati selezionati per farlo, non sarebbe sicuro ne per noi ne per gli altri passeggeri se lo facessimo.

Chi vi promette il governo del popolo, chi vi promette la democrazia diretta a 360 gradi,  vuole farvi guidare il bus anche se nella vita avete acquisito competenze per fare tutt’altro. Perché sa che in questo modo finirete fuori strada e non potrete che incolpare voi stessi.  Io non ci sto. Fatemi scendere.

Io pretendo un conducente di professione e magari dei test di idoneità sempre più scrupolosi prima che gli sia data l’abilitazione a guidare quel pulman. Pretendo di sapere a chi rivolgermi per mandarlo via se lo becco a guidare parlando al cellulare o cambiare improvvisamente senso di marcia. Non posso pretendere altro. Non posso pretendere di mettermi alla guida. Allora perché voglio guidare il governo senza avere le competenze per farlo.

Sono pronto a sentirmi dire che sono più elitario delle elites che denuncio e combatto. Con una sola differenza: l’elite che io sogno è formata di leader capaci di armonizzare gli apparenti antagonismi di sempre: economia ed etica, azione e contemplazione, potere finanziario e amore e metterli tutti al servizio del popolo e non il contrario come fanno le elites che hanno preso il potere.

Un popolo non potrà mai sconfiggere una elite perché non ne conosce i meccanismi. Non può contrastarla perché ne ignora la natura. Verrebbe sempre anticipato nelle decisioni e nelle azioni da chi ha una struttura più snella, più reattiva.

Solo una elite proiettata al bene dell’umanità può contrastare una elite consacrata al suo male. Solo una oligarchia di uomini integri al servizio dei popoli può contrastare una oligarchia di uomini malvagi che quei popoli li disprezzano.

Esistono gli eserciti ed esistono i generali. Quando tra i due c’è sinergia, fiducia, e lealtà. Le battaglie si vincono. Provate, invece, a lasciare ai singoli soldati la facoltà di scegliere le strategie di guerra. Diventeranno prevedibili, lenti, scordinati, litigiosi ed in balia del nemico.

Sapete perché nella foresta la preda cade sempre vittima del predatore ? Perché il predatore ha imparato a conosce la sua routine, le sue abitudini. Sa quando e dove colpire. Il popolo è così. E’ prevedibile.

Nasceranno sempre più movimenti di persone che si ergono a paladini della giustizia e che sbandierano il popolo come guida suprema. Jihadisti del nulla, condottieri dell’utopia armati di moralismo e ipocrisia. Funzionali ed indispensabili proprio al sistema che fingono di combattere.                                                                               Non pretendo di essere capito e non sono certamente io, nella maniera più assoluta, uno di quelli da seguire, ma smettetela di parlarmi di governi popolari, democrazia diretta (se non siete riusciti a conservare manco quella indiretta), rivoluzioni varie ed eventuali.

Leader fatevi avanti. Popolo fai il popolo.

Francesco Amodeo

 

 

La chiave per tornare sovrani passa attraverso le regioni.

 

campania sovrana logo   Cosa rappresenta questo logo:

La battaglia contro la dittatura finanziaria imposta dall’Unione Europea deve partire dal basso, dai territori più prossimi ai cittadini che sono quelli che maggiormente subiscono i devastanti effetti della crisi economica indotta per costringere a cedere sovranità.

La chiave del riscatto è la sovranità e l’autonomia delle regioni. Solo tante regioni sovrane posso aspirare a creare uno stato sovrano.

Questo progetto parte dalla Campania e per la Campania ma può e deve essere replicato in altre regioni. Nessuno vuole dividere l’Italia ne creare conflitti interni. Al contrario vogliamo che ognuno si organizzi nel proprio territorio, e lavori per renderlo il più possibile autonomo e sovrano per poi potersi unire con le altre regioni per il riscatto dell’intero paese.

Dobbiamo essere dei sognatori pragmatici, capire la realtà se vogliamo trasformarla in sogno. E la realtà è che in questa fase, ne un’intera nazione ne tantomeno singole regioni potranno sconfiggere i potentati finanziari e le elites che stanno soggiogando l’Europa e che hanno il pieno potere su tutto. Chi vi dice il contrario vi parla di utopie e non ha il senso della realtà. La strategia iniziale non può, quindi, mirare a sconfiggere qualcosa di così radicato ma può aspirare a renderci da essi autonomi e indipendenti. Per questo più piccoli siamo e più facile diventa l’organizzazione e la realizzazione del progetto. Per questo bisogna necessariamente partire dalle regioni per entrare nelle istituzioni e renderle sovrane.

Il nostro logo rappresenta proprio questo. La chiave di svolta sta nelle regioni sovrane e autonome.

Noi partiamo dalla Campania per riprenderci le chiavi di CA.S.A .                                 Lo dice la parola stessa CA.S.A.= CampaniA Sovrana e Autonoma.

Uniamoci.

https://www.facebook.com/campaniasovrana

 

Francesco Amodeo

La verità sulla nomina della Mogherini e su come abbiamo barattato il paese.

Tarocco-Made-in-Italy-in-China

Vi siete chiesti come mai la Germania ha accettato di “perdere” il braccio di ferro sulla nomina della Mogherini lasciando all’Italia un incarico di tale prestigio ?

Ve lo spiego subito. Cominciamo col dire che nell’Unione Europea e nei paesi che ne fanno parte non esistono ruoli istituzionali di prestigio ma esistono solo ruoli di facciata. I burattinai che muovono i fili dietro le quinte sono sempre gli stessi, solo i burattini cambiano ma essendo telecomandati sono assolutamente ininfluenti. Uno vale l’altro.

I nostri media hanno esultato per la nomina di una italiana alla guida della politica estera di una Unione Europea che una politica estera comune non ce l’ha. E’ la celebrazione del nulla.Tra l’altro anche Draghi se per questo è italiano eppure chi lo manovra l’ha invitato a massacrarci.

Ma c’è un’altra ragione ancora più subdola, ed estremamente più grave che ha spinto la Germania a fingere di cedere sulla questione delle nomine per dare a Renzi i 15 minuti di gloria che Andy Warhol aveva previsto per ogni uomo.

C’è una questione in sospeso tra Italia e Germania di gran lunga più importante di una semplice nomina di facciata e vitale per la sopravvivenza economica del nostro paese.     E’ la questione dell’approvazione del pacchetto legislativo per la tutela della sicurezza dei prodotti, all’interno del quale sono contenute le norme a tutela del cosiddetto “Made in” nel nostro caso Made in italy.                                                                 Un passo fondamentale per la competitività delle nostre imprese, per la tutela dei consumatori e della salute e per la lotta alla contraffazione che ha una fortissima opposizione dei paesi nordici ed in particolare della Germania che da anni prova a fare di tutto per cancellarla dato che è una barriera alla delocalizzazione selvaggia e poi parliamoci chiaro, i tedeschi lo sanno bene che possono avere anche un cambio favorevole per le esportazioni ed un sistema industriale più avanzato ma quando dietro ad un prodotto manifatturiero c’è la scritta “Made in Italy” non c’è concorrenza che tenga.

Già quattro anni fa nel 2010 il Parlamento europeo aveva approvato un regolamento al riguardo, che poi fu ritirato dalla Commissione Europea e chiuso in un cassetto, senza dare troppe spiegazioni, violando la scelta dell’unica istituzione europea espressione della volontà dei cittadini.

Il regolamento intendeva introdurre l’obbligo di specificare su un prodotto proveniente da fuori l’Ue il luogo di produzione, in modo da fornire al consumatore una chiara indicazione.
Indicazione, ovviamente, premiante per quei produttori europei non avvezzi a delocalizzare, con un “made in” riconosciuto ed apprezzato nel mondo.

http://www.europarlamento24.eu/made-in-la-commissione-europea-ritira-il-regolamento/0,1254,106_ART_2190,00.html

Il 16 Aprile 2014 però è arrivata la batosta per la Germania e per i paesi nordici su questo fronte:                                         ll Parlamento europeo ha approvato, ancora una volta, con 485 voti a favore, 130 contrari e 27 astensioni, le norme per rendere obbligatorie le etichette “Made in” sui prodotti non alimentari venduti sul mercato comunitario.
Fonte: http://www.europarlamento24.eu/etichettatura-si-riprova-con-il-made-in-obbligatorio/0,1254,106_ART_6676,00.html

La questione ovviamente non finisce qui ed ora passa al Consiglio europeo durante la presidenza italiana. Sulla carta questo dovrebbe significare, a rigor di logica, la sconfitta definitiva della Germania e l’approvazione finale del regolamento che salverebbe il nostro paese, le nostre industrie, i nostri artigiani, il nostro commercio e la nostra stessa identità nel mondo.

Ma il diavolo si nasconde nei dettagli e c’è un detto che dice che quando accarezza è perché vuole l’anima.

La Germania ha deciso di organizzarsi seriamente senza lasciare nulla al caso:

Appoggia alla presidenza del Consiglio europeo, il Premier polacco Donald Tusk. La Polonia era l’unico paese che era rimasto neutrale nella passata votazione del regolamento e quindi potrebbe fare la differenza.

http://www.europarlamento24.eu/made-in-la-partita-e-ancora-italia-germania/0,1254,106_ART_6679,00.html

L’Italia dovrebbe opporsi ma Renzi si è già crogiolato nelle carezze del diavolo che ai suoi ringraziamenti per il sostegno alla nomina della Mogherini ha risposto: «Di nulla, te lavevo promesso».

Ora siamo in debito con la Germania. Il regolamento passa ad un Consiglio europeo presieduto da un uomo sostenuto dalla Merkel e premier dell’unico paese rimasto in passato neutrale sulla vicenda. A tutto questo si aggiunge che i partiti di “opposizione” nel nostro paese pensano, invece, che la lotta alla contraffazione e alla tutela del nostro prodotto passi dall’arresto dei vucumprà che vendono collanine sulle spiagge mentre i cittadini italiani di questo regolamento non sanno assolutamente nulla.

Staremo a vedere. Se perdiamo la partita del “Made in” non rimarrà più nulla dell’identità e dell’orgoglio del nostro paese.

Motivo di vanto resterà solo quella famosa frase che anni fa, durante un concerto, la cantante Madonna sfoggiò sulla sua maglietta: “Italians do it better” che divenne la rivalsa del maschio nostrano nel mondo, fin quando qualcuno non deciderà di cambiare anche quella in nome della globalizzazione con un più generico “somebody in the world do it better”.

A quel punto da napoletano suggerirei di fare appello ad un famoso film di Massimo Troisi: “Non ci resta che piangere”.

Francesco Amodeo

Non posso andare avanti.

In evidenza

silenzio

 

Oggi ho preso una decisione sofferta ma importante per salvaguardare la mia incolumità alla luce delle sempre più evidenti ritorsioni e minacce celate che da tempo ricevo e che purtroppo si dimostrano essere sempre più attendibili.
Non voglio fare l’eroe ne immolarmi per la patria. Lo farei se ne valesse davvero la pena ma non per un popolo che non vuole essere liberato perché trova più comodo vivere in catene che decidere la propria direzione ed il proprio cammino.
Continuerò ad informare chi vuole essere informato. Il mio ultimo libro rimane la mia testimonianza. Anche questo mi espone a rischi, ma molto relativi; una nicchia di persone consapevoli non costringe i potenti ad intervenire perché non gli crea problemi. Loro hanno paura di chi ha un impatto sulle masse, chi crea comitati italiani, chi crea denunce collettive, chi organizza manifestazioni, blocchi, chi coinvolge le piazze, chi costringe i media a rompere il silenzio. Questo io non posso più farlo. Non me lo farebbero più fare. Lascio quindi ogni incarico nei comitati di cui faccio parte. Declino ogni proposta di organizzare manifestazioni pubbliche. Declino ogni invito a partecipare ad interviste o eventi mediatici.
Continuerò a fare presentazioni del mio libro e a parlare a chi sa e vuole ascoltare. Mi dedico alla mia regione di appartenenza e proverò ad avere un impatto sulle istituzioni locali.
Di più non posso fare perché ho capito che da solo, senza una struttura alle spalle, non me lo lascerebbero più fare. Non ritengo sia un gesto di codardia ma di estremo realismo. Codardo è chi scende a compromessi con i poteri che dice di combattere e non chi fa un passo indietro perché viene messo davanti all’evidenza che quei poteri sono troppo più forti di lui. In alternativa dovrei mettermi a fare l’eroe senza macchia e senza paura ma non è una veste che mi si addice. Questa forse è la mia unica colpa.
Torno al mio vecchio lavoro, alle mie passioni, ai miei libri e alle mie conferenze. Un giorno forse, un popolo di persone consapevoli scenderà in campo ed allora varrà la pena unirsi a loro.
Mi dispiace aver deluso qualcuno e per quel qualcuno lascio aperta questa pagina ed il mio blog.
Per tutto il resto non sono più disponibile.
Chi non ha l’intelligenza di capire quando è il momento di fermarsi, finisce col pagarne le conseguenze e non essere più utile alla causa.
Un saluto a tutti e grazie.
Buona Liberazione.

Francesco Amodeo

Ecco un po dei video che testimoniano la battaglia fatta per Me, fatta per Noi , fatta per Voi:

I miei attacchi ai media:

La sfida a “Le Iene” per costringerle a denunciare:

La denuncia del Bilderberg in Tv a La 7:

Smascherando la censura della Rai ai microfoni di Agorà:

Denunciando il golpe finanziario ai microfoni di Sky:

La denuncia al Tg della Rai

La denuncia a Canale Italia

La denuncia in piazza a Napoli

La mia denuncia per Riscossa Italiana

Amodeo/Renzi sul treno

La mia inchiesta

Il mio primo libro “Azzannate le Iene”

Amodeo dal Bilderberg di Copenaghen

La denuncia alla Procura di Roma:

Viktor Orban: la sua lotta per la sovranità dell’Ungheria e la strategia di disinformazione dei media italiani.

orban

(Capitolo tratto dal libro Azzannate le iene di Francesco Amodeo. http://www.francescoamodeo.net)

“Sono andati via con i carri armati. Sono tornati con le banche.” (Viktor Orbán)
Viktor Orban

È una lanterna nel buio Viktor Orbán, il Primo Ministro che ha sfidato e cacciato via i poteri forti, denunciando il nuovo ordine mondiale e lottando per la sovranità del proprio paese: l’Ungheria. È una lanterna nel buio, col suo discorso in cui ha dichiarato di “aver respinto gli attacchi ed aver dato qualche botta ai piagnoni del Parlamento Europeo”; è una lanterna nel buio, per la sua lotta contro le multinazionali e le banche straniere, colpevoli di essere “lo strumento mediante il quale gli ungheresi si impoveriscono, a favore dei poteri forti europei al cui vertice ci sono la finanza USA” (a cui Orbán dà la colpa di “tentare in ogni modo di impedire ad altri paesi di mettersi al passo economicamente”), e la grande industria tedesca, che “sta imponendo la propria egemonia sull’Europa.” Nei suoi ultimi discorsi il premier ungherese ha infatti parlato del predominio dei grandi stati membri all’interno dell’Unione Europea (in sostanza la Germania e la Francia), e della sua convinzione che alcuni poteri, in realtà, stiano sfruttando i paesi piccoli, drenando via da essi risorse finanziarie ed umane. “L’obiettivo per l’Ungheria”, dice Orbán, “è quello di prevenire e contrastare tale sfruttamento e la fuga di cervelli”.                                     Questa è l’essenza della strategia nazionale ungherese. Orbán ha un grande carisma, una personalità che ha conquistato gli ungheresi e non solo, visto che in molte parti d’Europa viene visto come modello per una rivoluzione politica e pacifica che ridia sovranità ai popoli; il suo governo, in carica dal 2010, si è contraddistinto per un braccio di ferro contro la Commissione Europea, e soprattutto contro la BCE ed il FMI; Orbán infatti ha, in passato, rigettato i termini proposti dal Fondo Monetario Internazionale, rifiutandosi di tagliare le pensioni a copertura di un prestito al suo paese, ed ha quindi invitato quelli
del FMI ad andare via. Dopo la riforma della Costituzione del suo paese, infatti, Orbán ha risposto agli attacchi dell’Unione Europea in maniera secca e decisa: “Siamo uno statodi diritto, il governo sta rispettando le norme europee, il potere costituente spetta solo al Parlamento ungherese. Siamo sovrani, decidiamo noi.”
Tutto questo, nei mesi a seguire, gli è costato anche una feroce campagna mediatica nella quale è stato dipinto come un nuovo dittatore, o come colui che sta restringendo le libertà civili nel paese magiaro. Tuttavia la campagna sembra non aver attecchito, anzi, ha fatto crescere la popolarità di Orbán in tutta Europa, e nei sondaggi elettorali, in vista delle elezioni del 2014, i dati gli danno ragione: il suo partito potrebbe avere la maggioranza assoluta dei voti. Orbán è in questo momento un treno inarrestabile, nonché forse l’unico capo di governo europeo ad andare controcorrente rispetto alle scellerate linee politiche tracciate da Bruxelles, e questo certamente gli ha creato nemici
tra le lobby e le élite internazionali. Non solo i dati dei sondaggi, ma anche i dati economici danno ragione al “modello ungherese” di Orbán, che prevede interventi per la conversione in valuta locale dei prestiti contratti in valuta estera, e, soprattutto, finanziamenti a tasso zero per gli istituti di credito che si impegnino a finanziare a loro volta le piccole e medie imprese ad un interesse non superiore al 2%. Sono questi, infatti, i punti salienti del piano annunciati dalla Banca Centrale ungherese con l’obiettivo di favorire la crescita del paese.
La sua carta vincente, che è poi quella che l’ha reso nemico da combattere per l’Unione Europea, è, infatti, proprio quella di porre sotto controllo governativo la Banca Centrale (vale la pena ricordare che l’Ungheria non fa parte dell’Euro), quindi sottraendola alle banche private manipolate dalle élite in questione. Mossa ovviamente aspramente criticata dalla BCE e dalla commissione guidata da Barroso.
Il governo ungherese ha assunto la sovranità della sua moneta, che adesso emette senza debito. Come trapela dal quotidiano ungherese Magyar Nemzet, nella recente riunione di Londra del Bilderberg il caso ungherese sarebbe stato tra i punti più trattati. In particolare, le lobbies finanziare e massoniche sarebbero preoccupate circa un eventuale effetto contagio dell’Ungheria, vista la grande presa sull’opinione pubblica che ha Viktor Orbán; infatti, sempre secondo il quotidiano magiaro, sarebbe stato elaborato un piano per finanziare il principale partito di opposizione e scatenare una campagna mediatica robusta
anti-Orbán subito dopo la certa vittoria elettorale della prossima primavera. Ora sentite bene quello che è accaduto, e ragionate sulla tempistica e sulla incredibile coincidenza.   A pochi mesi da quella riunione del Bilderberg, in cui si è discusso di come fermare l’ascesa di Orbán, quest’uomo è stato vittima di un “incidente” d’auto, come fu vittima di un “incidente” con il suo bimotore Nigel Farage, dopo aver preso anche lui a schiaffi con un suo discorso i poteri forti che si nascondono dietro l’Unione Europea. È successo durante una visita del premier ungherese in Romania; improvvisamente, un’auto è piombata sul
corteo di Orbán, centrando in pieno il mezzo blindato che precedeva l’auto nella quale si trovava il premier. Per fortuna non ci sono state conseguenze, anche se, guardando la vettura che è stata colpita, si può ben capire la forte entità dell’impatto, che solo per una fatalità non ha travolto l’auto del primo ministro ungherese, particolare questo che risulta molto inquietante. Sarà solo una coincidenza l’incidente avuto a poche ore dal suo messaggio contro il Fondo Monetario Internazionale, ed a pochi mesi dalla riunione Bilderberg, dove si è discusso del pericolo dei nazionalismi, ed in particolare del caso Orbán? In questo contesto, le voci circa un presunto attentato perpetuato ad Orbán si moltiplicano: su alcuni blog ungheresi, si punta il dito contro un presunto cambiamento di strategia delle lobby – inaridite ulteriormente dopo le parole anti FMI di Orbán, e soprattutto per il fatto che il governo abbia assunto la sovranità della propria moneta – le quali mirerebbero adesso ad un’eliminazione fisica del primo ministro, e non più ad una campagna mediatica volta contro di lui. Se siano vere o false queste voci, non spetta a me dirlo, ma è ovvio che Orbán ha dichiarato “guerra” ad un sistema anti-etico governato da banchierie lobbysti senza scrupoli, un sistema che ha ramificazioni ovunque, e che non
si darà pace finché non avrà messo fuori dai giochi il suo nemico. È già cominciata
una campagna di odio, di disinformazione e diffamazione del premier ungherese, ed i nostri media servili e burattini dei poteri forti si sono subito prostrati al nuovo diktat, come dimostrato da “Repubblica”, che, essendo tra i media che prendono parte al Bilderberg, ha subito cominciato la sua opera diffamatoria anche in Italia.                                                  In un articolo di “Repubblica” dal titolo L’Ungheria di Orbán sfida l’UE e il FMI. A rischio indipendenza Banca Centrale, il premier viene definito “autocrate”, e le sue azioni vengono bollate come “nuova, gravissima sfida ai principi del mondo libero e alle sue istituzioni economiche e finanziarie, dalla Banca Centrale Europea al Fondo Monetario Internazionale.” Queste, secondo il giornalista, sono le istituzioni del mondo libero. Ma non è tutto, perché continuando a leggere c’è davvero da rabbrividire. Si parla, infatti, di Gyorgy Matolcsy, il ministro dell’Economia nominato dal premier come il nuovo governatore della Banca Centrale ungherese. Il giornalista lo definisce “discusso ministro dell’Economia”, ed anche “pericoloso incompetente e un fautore di politiche economiche piegate al volere del regime”. Sì, avete capito bene: il giornalista ha chiamato “regime” quello di un primo ministro democraticamente eletto per ben due volte, che dopo anni sempre all’opposizione, ha ora i due terzi della maggioranza di governo. Il giornalista in questione continua schierandosi apertamente con il governatore uscente della Banca ungherese Andras Simor – il quale, al termine dei sei anni di mandato per statuto, non poteva ripresentarsi – affermando che “con Simor esce di scena un banchiere centrale apprezzato e stimato in tutto il mondo, da Draghi, da Bernanke, dalla Merkel e da Obama, e soprattutto l’ultimo difensore del principio-chiave della separazione dei poteri, costitutivo di ogni democrazia, e dell’autonomia della Banca Centrale.” Avete letto bene anche questa volta? Il giornalista di “Repubblica” ha definito l’ex governatore come uno “amato in tutto il mondo”, e poi ha anche elencato chi sarebbe “tutto il mondo” secondo lui, ossia la Merkel (eletta dai tedeschi ed odiata dalla maggior parte dei paesi europei), Draghi (non eletto da nessuno), Bernanke (non eletto da nessuno) e Obama, eletto dai poteri forti americani. Abbiamo quindi scoperto che “tutto il mondo” che conta per il giornalista di “Repubblica” altro non sono che i poteri forti americani. Ma ora arriva la ciliegina sulla torta: il giornalista si dà la zappa sui piedi, sfoderando il massimo del servilismo nel definire “pazzesco” l’ultimo discorso di Matolcsy, che avrebbe sostenuto che “i big di economia e finanza europei e internazionali complottano e tramano contro la nostra patria”.
Per questa frase il servile giornalista paragona il discorso di Matolcsy a quello del “demoniaco ministro della propaganda di Adolf Hitler” contro la “grande finanza ebraica internazionale”, e a quello di Mussolini sulla “demoplutocrazia massongiudaica”. Ma nel suo articolo non si è fatto mancare proprio nulla, dimostrandosi abile servo dei poteri forti che manipolano la stampa italiana, ed ha concluso dicendo che “Mario Draghi, nella sua conferenza-stampa, si è detto molto preoccupato per gli sviluppi politici a Budapest.” Chissà come mai un governo che vuole avere il controllo della propria Banca Centrale debba preoccupare così tanto Mario Draghi. Questo, però, l’intrepido giornalista che scrive da Berlino non se l’è chiesto, ed il suo articolo è l’emblema della nostra stampa al servizio dei poteri forti, della disinformazione e della manipolazione delle masse per gli interessi delle élite mondialiste. Non sono stato di certo l’unico ad aver notato questa assurda ed ingiustificata campagna di fango contro Orbán da parte del famoso quotidiano italiano: addirittura l’ambasciatore di Ungheria in Roma, in data 24 maggio 2013, ha fatto pervenire una lettera al direttore del quotidiano Ezio Mauro, accusando il corrispondente da
Berlino del suo giornale di attribuire, in maniera faziosa, affermazioni al Primo Ministro Ungherese, che questi, in realtà, non ha mai pronunciato, come per esempio l’aver paragonato la cancelliera Merkel ad Hitler, come il giornalista di “Repubblica” ha addirittura scritto e virgolettato nel titolo del suo articolo. “Non vorrei commentare le altre accuse ridicole del vostro corrispondente (legge bavaglio, partito-stato, nazional-populista, regime)”, scrive indignato l’ambasciatore, “perché è stato tutto già smentito diverse volte da fori ed autorità europee, che ormai sono diventate scenografie permanenti nei suoi articoli. Esprimo però rammarico e delusione per il fatto che le mie lettere correttive non vengano mai pubblicate sul vostro giornale, ricordando che la fedele rappresentazione dei fatti è un requisito assoluto, inerente all’etica giornalistica universale”, conclude il rappresentante diplomatico ungherese. L’ambasciatore, infatti, aveva già varie volte in passato scritto lettere al direttore di “Repubblica”, lamentando l’inaccettabile attacco mediatico da parte del giornalista in questione nei confronti del primo ministro Orbán, rilevando le false accuse mosse attraverso il suo giornale al governo ungherese, smentendo nella missiva in maniera documentata quanto dichiarato in due precedenti articoli pubblicati a novembre 2011, dal titolo Ungheria, l’autarchico Orbán chiede aiuto al FMI e Ora gli ultranazionalisti ungheresi si sentono accerchiati.
Resta da chiedersi chi abbia incaricato “Repubblica”, ed in particolare questo giornalista, di intraprendere una campagna di fango contro il governo ungherese, utilizzando, a quanto pare, la menzogna e la diffamazione. Credo però che tutti voi possiate avere, a questo punto, una precisa idea al riguardo. In Ungheria, comunque, i cittadini hanno ritenuto opportuno manifestare per strada la loro solidarietà al ministro ungherese con cartelli con su scritto “Abbiamo votato per Orbán e non per Goldman Sachs”, un cartello che in una
sola frase racchiude tutto quello che i nostri media non riporteranno mai, e che il giornalista di “Repubblica” dovrà solo continuare a fingere di non aver visto.

Francesco Amodeo